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Giuliano Nakaura e Hasekura Tsunenaga: due ambasciatori giapponesi a Roma

Giuliano Nakaura e Hasekura Tsunenaga

Giuliano Nakaura e Hasekura Tsunenaga: due ambasciatori giapponesi a Roma

Questa storia nasce dalle parole di Papa Francesco sui “cristiani nascosti” in Giappone, che lo spinsero, da giovane gesuita, a sognare di diventare missionario nel Paese del Sol Levante.

La loro è stata una grande lezione per tutta la Chiesa universale. Nel XVII secolo tutti i sacerdoti vennero espulsi dal Paese e migliaia di fedeli furono uccisi. Allora la comunità si ritirò nella clandestinità, conservando la fede e la preghiera nell’isolamento; quando nasceva un bambino, ha ricordato Papa Francesco in un’udienza generale, veniva battezzato dai genitori.  

I simboli cristiani, inoltre, erano mimetizzati dietro le sembianze di statue buddiste o scintoiste, come la Madonna rappresentata con le sembianze della dea Kannon. Era un atto di straordinaria e creativa resistenza spirituale.

Quando nel1865 il Giappone riaprì le frontiere, ai preti appena sbarcati i cristiani nascosti controllarono tre requisiti per verificare se fossero davvero i sacerdoti della Chiesa di Roma che avevano tanto atteso: avere la statua della Vergine Maria, essere celibi ed obbedienti al Vescovo di Roma.

Riconosciuti questi tre elementi, diecimila cristiani nascosti uscirono dalle foreste e dai villaggi per tornare alla luce.

Torniamo dunque agli inizi, quando la fede cristiana arrivò nel Paese del Sol levante.

Il Giappone del XVI secolo era un arcipelago ferocemente diviso, dove potenti signori della guerra — i daimyō — si combattevano senza tregua nel lungo periodo chiamato Sengoku, l’Era degli Stati Combattenti. Nel 1549 sbarcò il missionario gesuita Francesco Saverio; portava con sé una fede e un’ambizione: convertire l’Oriente.

Nei decenni successivi, i gesuiti, con la loro straordinaria capacità di adattamento culturale, ottennero un successo che stupì l’Europa stessa. Centinaia di migliaia di giapponesi ricevettero il battesimo, inclusi alcuni dei più potenti daimyō dell’isola di Kyūshū. Ma fu un altro gesuita, Alessandro Valignano, a intuire qualcosa di più ambizioso: un gesto diplomatico che avrebbe dovuto cambiare il destino del Giappone cristiano. Valignano pensò di rendere omaggio al pontefice inviando una delegazione di giovani giapponesi di sangue nobile in Europa, come prova vivente che il Vangelo stava fiorendo alle estremità del mondo conosciuto, e riportarli in patria come testimoni di una civiltà che i loro compatrioti non potevano nemmeno immaginare.

Nacque l’Ambasciata Tenshō (1582–1590). Valignano selezionò quattro ragazzi della nobiltà cristiana del Kyūshū e pianificò il loro viaggio verso Roma. Partirono nel febbraio del 1582 da Nagasaki; nessuno di loro aveva superato i diciassette anni. Il viaggio fu lungo e pericoloso. Traversarono il Pacifico fino a Macao, poi l’Oceano Indiano fino a Goa, risalirono verso Lisbona, vennero accolti trionfalmente a Madrid, e giunsero finalmente a Livorno il 1° marzo 1585, accolti con grandi onori dal Granduca di Toscana, che fece loro visitare Pisa, Firenze e Siena.

Quando la delegazione arrivò alle porte di Roma, il 22 marzo 1585, uno di loro, Giuliano Nakaura, era gravemente ammalato. La malaria lo aveva colpito durante il tragitto e la febbre non gli dava tregua ma riuscì a persuadere i suoi accompagnatori ad organizzargli un incontro privato col Santo Padre. Era il 23 marzo 1585. Il vecchio e anch’esso malato Gregorio XIII li aspettava in Vaticano. Il Papa si prese grande cura di loro, in particolare di Giuliano. Pochi giorni dopo l’udienza, ormai sul letto di morte, Gregorio XIII chiede di pregare per la salute di colui che chiamava il «giapponesino».

Giuliano guarì e chissà se fu proprio grazie alle preghiere del Papa o all’intercessione della Madonna dell’Orto, un’icona miracolosa presente nella chiesa di Trastevere dove la delegazione giapponese trovò ospitalità.

Quell’immagine ha una storia antica. Sul finire del Quattrocento la zona di Roma vicino al porto di Ripa Grande era pressoché disabitata e quasi interamente coltivata ad orti.

Un giorno, forse del 1488, un uomo colpito da una malattia incurabile, davanti all’immagine della Vergine Maria che stava su un vecchio muro all’interno di un orto, fece un voto: se fosse guarito, avrebbe provveduto a mantenere accesa una lampada perpetua davanti al ritratto della Madonna.

Quella persona guarì e mantenne la promessa; altri, seguendone l’esempio, vollero contribuire al culto pubblico dell’immagine riunendosi in Confraternita, approvata nel 1492 da Papa Alessandro VI ed elevata poi da Sisto V, nel 1588, al rango di Arciconfraternita.

Proprio Sisto V, successore di Gregorio XIII, organizzò per la delegazione giapponese, prima del ritorno in patria, una gita in barca sul fiume fino a Ostia per i quattro giapponesi. La partenza era dal Porto di Ripa Grande, vicino alla chiesa di Santa Maria dell’Orto. Durante la navigazione in mare, furono sorpresi da una violenta e improvvisa tempesta. I giovani giapponesi, memori della visita fatta poco prima all’icona della Madonna, pregarono intensamente la Vergine Maria chiedendo la salvezza. La tempesta si placò miracolosamente e le imbarcazioni riuscirono a rientrare sane e salve. In segno di profonda gratitudine per lo scampato pericolo, e per onorare questa storica visita, Sisto V affidò ufficialmente la chiesa alla comunità giapponese.

Dopo quattro anni di viaggio, il 21 luglio 1590 arrivarono finalmente in Giappone, venendo accolti da eroi, benché le missioni gesuite si trovassero proprio in quel tempo a fronteggiare una grande crisi: in seguito all’emanazione nel 1587 di un editto voluto da Toyotomi Hideyoshi, ai missionari cristiani fu ordinato di abbandonare il Giappone.

Nonostante questo, il 25 luglio i quattro giapponesi entrarono nel noviziato della Compagnia di Gesù.

Diventato prete, Giuliano Nakaura iniziò la sua opera missionaria con determinazione. Con l’avvento al potere di Tokugawa Iemitsu, nel 1623, le persecuzioni si fecero sempre più fitte, finché, nel 1632 fu catturato e imprigionato. Aveva più di sessantacinque anni. Le gambe non lo reggevano più. Ma il cuore era intatto.

Cercarono con ogni mezzo di indurlo all’apostasia, inutilmente.  Il 18 ottobre 1633 fu guidato al luogo dell’esecuzione, davanti ai due governatori di Nagasaki; lì pronunciò alcune parole che non lasciavano adito a dubbi e destinate a restare eterne: «Io sono Padre Giuliano Nakaura, quello che è stato a Roma». La sua tortura consisteva nell’essere legato in un telo, appeso per i piedi a testa in giù in una buca. Il martirio durò quattro giorni. Morì il 21 ottobre 1633.

È stato beatificato in quella stessa città, il 23 novembre 2008 insieme ad altri 187 martiri giapponesi. Nella chiesa di Santa Maria dell’Orto, nel mese di ottobre del 2009 è stato collocato un suo ritratto, dipinto dalla pittrice giapponese Kazuko Mimaki. È raffigurato giovane, come doveva apparire al tempo del suo viaggio in Occidente; la figura è “in maestà”, vista di fronte, così da poter guardare negli occhi il fedele. È anche l’atteggiamento fermo e impavido di colui che, armato solo della sua incrollabile fede, va incontro al martirio, rappresentato dalla classica palma impugnata nella mano destra. Sullo sfondo, due immagini emblematiche: la chiesa di Santa Maria dell’Orto e il monte Nishizaka a Nagasaki, luogo del martirio.

In quella stessa chiesa, un altro giapponese, trenta anni dopo, rese omaggio alla Vergine, consolidando la tradizione.

Si chiamava Hasekura Tsunenaga Rokuemon, e il mondo lo avrebbe conosciuto come Filippo Francesco Faxecura. Era un samurai veterano dell’invasione giapponese della Corea sotto il Taiko Toyotomi Hideyoshi nel 1592 e nel 1597.

Aveva circa quarant’anni quando il suo padrone, il daimyō Date Masamune, signore di Sendai, lo chiamò per affidargli un’importante missione: voleva espandere il commercio internazionale, puntando sui successi dei missionari cristiani, capaci, in pochi decenni, di convertire più di 200.000 giapponesi. Trovò un aiuto da un frate francescano spagnolo, Luis Sotelo, che stava predicando clandestinamente nel Giappone sempre più ostile ai cristiani. Sotelo sperava di costituire una diocesi francescana, guidata dai suoi frati, che si aggiungesse a quella di Nagasaki, controllata dai gesuiti. Questa unione di intenti portò al concepimento dell’idea di una spedizione a Roma per chiedere al Papa l’invio di missionari in Giappone.

La nave salpò il 28 ottobre 1613; attraversò il Pacifico e dopo una tappa in Messico, raggiunse la Spagna. Il 17 febbraio 1614, presso la Cappella Reale, Hasekura ricevette il battesimo. Come padrino ebbe il potente duca di Lerma, e come madrina la duchessa di Barajas. Assunse il nome cristiano di Francisco Felipe Faxecura. Il Re fu freddo di fronte alla proposta commerciale e la delegazione continuò il suo viaggio verso l’Italia. Lungo la via, il cattivo tempo costrinse la flottiglia ad approdare a Saint-Tropez, in Francia. Quello scalo fortuito sarebbe passato alla storia: quella visita fu il primo esempio documentato di relazioni tra Francia e Giappone.

La nave arrivò a Civitavecchia nell’ottobre del 1615. Il 3 novembre ci fu l’incontro con Papa Paolo V, a cui Hasekura consegnò la missiva nella quale Date Masamune richiedeva l’invio di missionari e si dichiarava disponibile ad ospitare nuove missioni nelle sue terre. Paolo V Borghese accolse cordialmente l’ambasciata e, colpito dalla dignità e dall’intelligenza di Hasekura, lo insignì della cittadinanza onoraria romana. Ad oggi si conservano sia la lettera d’intercessione, sia l’attestato della Civitas Romana.

Durante il soggiorno romano, l’artista Archita Ricci dipinse un grande ritratto del samurai. Il dipinto, che fa parte di una collezione privata, è soprattutto l’ostentazione del potere di Papa Paolo V. Il quadro esalta la vittoria politica e diplomatica del papa, capace di estendere la sua autorità fino ai confini del mondo. In un tempo in cui i re di Spagna non gli obbedivano più ciecamente come un tempo, avere al Quirinale e a Palazzo Borghese un ambasciatore del Sol Levante, un guerriero samurai venuto da oltre oceano a chiedere missionari, era esattamente la prova di universalità di cui aveva bisogno.

La missione di Hasekura fu un grande successo personale e un fallimento diplomatico totale. Nel viaggio di ritorno, per la seconda volta, il re di Spagna declinò l’offerta di un trattato commerciale, sul presupposto che l’ambasceria giapponese non sembrava una delegazione ufficiale del sovrano del Giappone Tokugawa Ieyasu, il quale, al contrario, aveva promulgato un editto nel gennaio 1614 ordinando l’espulsione di tutti i missionari dal Giappone.

Hasekura tornò in Giappone nell’agosto 1620. Fu arrestato e rilasciato. Il Giappone che ritrovò, era irriconoscibile. Lo shogun Tokugawa Hidetada, temendo che il cristianesimo minasse la lealtà del popolo verso il governo, aveva avviato una dura persecuzione dei cristiani. L’autorità arrestò, torturò e costrinse all’apostasia missionari e convertiti.

Hasekura Tsunenaga morì nel 1622, probabilmente a causa di una malattia. Qualche anno dopo, suo figlio Tsuneyori fu giustiziato per aver ospitato clandestinamente cristiani nella propria casa. Sulla sua fede rimane un alone di mistero, ma il fatto che alcuni discendenti della sua famiglia negli anni successivi siano stati uccisi, fa pensare che fosse rimasto segretamente fedele al battesimo.

La sua tomba è ancora oggi visibile nel tempio Enfukuji, nella prefettura di Miyagi.

Giuliano Nakaura e Hasekura Tsunenaga non si incontrarono mai. Eppure i due sono uniti da un filo invisibile e potente. Furono inviati a Roma nel momento in cui il Giappone cristiano sembrava sul punto di trionfare e ritornati quando invece stava per essere spazzato via. Vissero la contraddizione di essere ambasciatori di una fede che i loro stessi compatrioti stavano cominciando a perseguitare.

Giuliano scelse la via del martirio con un’identità incisa nella carne. Roma non era per lui solo un ricordo di giovinezza, ma l’autorità spirituale in nome della quale morire. Hasekura invece portò con sé nella morte il peso di un’ambiguità che la storia non ha mai saputo del tutto sciogliere: il suo battesimo fu una scelta del cuore o un gesto diplomatico? La fede che professò in Spagna e a Roma era la stessa che conservò in silenzio fino all’ultimo giorno? Nella chiesa di Trastevere, il ritratto di Giuliano Nakaura guarda il fedele con occhi fermi, la palma del martirio in mano e alle spalle le due patrie della sua vita: la Madonna dell’Orto e il monte Nishizaka. Il ritratto di Hasekura, in abiti da grande signore, ricorda che un samurai attraversò il mondo, incontrò un papa, ottenne la cittadinanza di Roma e tornò a casa per morire nell’ombra, forse con un rosario tenuto nascosto sotto gli abiti.

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Mauro Monti

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