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I ponteggi di Corviale nel presepe della Fraternità dell’Incarnazione

Presepe Fraternità dell'Incarnazione, Corviale - (c) Photo Mauro Monti

I ponteggi di Corviale nel presepe della Fraternità dell’Incarnazione

C’è una tradizione natalizia, a Corviale, molto attesa dagli abitanti del Palazzo: l’allestimento del presepe al quarto piano del primo lotto, dove risiede la Fraternità dell’Incarnazione.

Ogni anno quel pianerottolo davanti agli ascensori si trasforma da luogo di passaggio a centro catalizzatore di incontri e preghiere.

Insieme a don Gabriele Petreni, suor Silvia Masini e suor Donatella Nutini, erano presenti il cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo emerito di Agrigento, e il parroco di San Paolo della Croce don Fabio Laurenti.

Il presepe quest’anno ha voluto rappresentare i lavori in corso a Corviale con il recupero dei materiali utilizzati e il loro allestimento è volto a richiamare quei ponteggi che stanno ancora caratterizzando gli interventi sul palazzo. Ma non c’è vero rinnovamento se al centro non mettiamo Cristo e dunque eccolo rappresentato nella Sacra Famiglia nel grande dipinto su tavola realizzato da suor Silvia.

“Una volta all’anno – ha detto don Gabriele nel suo intervento introduttivo – la nostra parrocchia si raduna qui per questo bel momento di preghiera, a significare l’unità e la gioia dell’essere un’unica comunità cristiana presente al servizio di questo nostro quartiere. La parrocchia è la realtà che è qui a Corviale da più anni di tutti, prima ancora che fosse costruito il palazzo ed è stata sempre la casa di tutti. Questo luogo della Fraternità dell’Incarnazione è una piccola dépendance che cerca di essere un servizio, una presenza, una vicinanza in mezzo a voi”.

“Abbiamo scritto il motto del Giubileo: “pellegrini di Speranza” – ha continuato don Gabriele – perché siamo tutti in cammino con un’unica meta, il cielo, e abbiamo la gioia di camminare insieme, perché da soli non si va da nessuna parte”.

“Non so se sapete – ha aggiunto – che a Roma si sta diffondendo sempre di più il problema del “barbonismo domestico”: c’è qualcuno che non riesce più a uscire dalla propria casa, perché non ha più un obiettivo, non ha più una meta, magari ha perso il lavoro, ha perso anche le relazioni familiari e si ritrova ad essere barbone in casa, un concetto che sembrerebbe assurdo; quanta gente è per strada, quanta gente è fuori posto, quanta gente è sola, allora Maria, Gesù e Giuseppe ci invitano a camminare, ma avendo la speranza di andare tutti al posto che Dio ha preparato per noi”.

“Noi camminiamo – ha concluso don Gabriele – ma non senza meta, non giriamo a vuoto, e nemmeno camminiamo mai da soli, siamo sempre mano nella mano con qualcuno. Questo era un po’ anche un desiderio del Giubileo, di risvegliare la nostra fede, il nostro desiderio di camminare, di muoverci, e questo è quello che abbiamo provato a vivere insieme”.

Presepe Fraternità dell'Incarnazione, Corviale - (c) Photo Mauro Monti

Don Fabio Laurenti

“Non c’era posto per Giuseppe, per Maria e per Gesù – ha detto Don Fabio Laurenti, parroco di San Paolo della Croce – L’evento più importante della storia dell’umanità non trova posto all’interno dell’umanità. E proprio dove nasce il Salvatore delle nostre anime, il Salvatore di tutta l’umanità, non c’è posto per Lui. E perché Gesù decide di nascere proprio lì, dove non è accolto, dove è rifiutato, dove non c’è posto per Lui? Perché Lui è venuto per questo. Lui è venuto per salvare un’umanità che non gli dà posto, che non gli fa posto nel cuore. È venuto per questo, è venuto per noi e per Lui. Vedete, Gesù parla di sé stesso nel libro dell’Apocalisse e dice così: io sto alla porta del cuore, busso, sono uno che bussa alla porta”.

“Ancora oggi – ha continuato don Fabio – quando Gesù cerca di entrare in un cuore e bussa, trova la scritta “tutto occupato. Il cuore dell’uomo è tutto occupato. Non c’è posto nel cuore di molti uomini là fuori, fratelli e sorelle, perché il cuore dell’uomo è troppo pieno e nello stesso tempo è troppo vuoto. È troppo pieno di affetti alle cose materiali, è troppo pieno di mondo, è troppo pieno di affetti che non prevedono l’ingresso di Gesù nel cuore. È un cuore già pieno, tutto occupato e nello stesso tempo è un cuore vuoto e Gesù non trova posto nei cuori troppo pieni e troppo vuoti. Vuoti di fede. Perché la fede è esattamente la relazione che permette a Gesù di entrare nel cuore”.

“La fede è la nostra risposta – ha aggiunto don Fabio – come se dicessimo a Gesù: ti accolgo, fatti spazio tra le mie cose. Allora a Natale, fratelli e sorelle, non si prega per diventare più buoni, perché tanto è una preghiera che non funziona, a Natale si prega per avere più fede. Il dono di Gesù nel Natale, di ogni Natale, è di accrescere la nostra fede, perché la fede permette a Gesù di entrare dentro di noi, di far sentire la Sua presenza, di far sentire il Suo amore, che non sono parole, ma sono l’amore di un cuore che batte per noi, di uno sguardo che è su di noi, di un’azione salvifica che ci mantiene in vita in questo momento. Noi respiriamo perché è il Signore che ci tiene in vita, alla porta del nostro cuore, sperando che esso si apra, che Lui possa entrare in pienezza e ispirarci pensieri, sentimenti e comportamenti come quelli Suoi, pieni di tenerezza e di dolcezza nei confronti di Dio e del prossimo”.

“Ma oltre al Signore – ha rimarcato don Fabio – ci sono anche moltissime persone che non trovano posto in questo mondo. Sono tantissime, ne conosciamo sicuramente tante che non trovano posto, e non mi riferisco a un alloggio materiale o alla retorica dei migranti, mi riferisco a tutte le persone, che ne sono tante, che soffrono di solitudine perché non trovano posto nel cuore delle persone, magari dei parenti stessi o degli amici che sono a fianco dei nostri pianerottoli e sono soli; non c’è un cuore che li ospita, non c’è un cuore disposto a dire: vieni a passare il Natale con me. E allora il Natale oggi ci chiede di essere albergatori, se vogliamo ospitare il Buon Dio, se vogliamo ospitare il nostro prossimo, perché le due cose stanno insieme, perché se io ospito il Signore devo ospitare anche i figli del Buon Dio che sono i miei fratelli e le mie sorelle. Se sappiamo che nel nostro palazzo c’è una persona anziana che passerà il Natale da sola, invitiamola a passarlo insieme a noi”.

“Iniziamo a far entrare le persone nel nostro cuore – ha aggiunto ancora don Fabio -attraverso un’accoglienza di preghiera e di pensiero. La cosa contraria all’amore non è l’odio, fratelli e sorelle, è l’indifferenza; è l’indifferenza che uccide le relazioni umane, che ci dice che quella persona che io vedo per me non è nulla e non è nessuno. Il Natale è un periodo in cui se noi riusciamo a sentire che c’è uno che sta bussando presso di noi con un bussare delicato che non si impone, che è quello di Gesù, noi apriremo questo cuore anche al nostro prossimo. Questa è la volontà di Gesù”.

“A Natale – ha concluso don Fabio – non si chiede di essere più buoni, ma si chiede il frutto della fede che è la bontà del cuore. Io vorrei pregare per voi, con voi, il Signore di farci questo dono”.

Presepe Fraternità dell'Incarnazione, Corviale - (c) Photo Mauro Monti

Cardinale Francesco Montenegro

“Questo bambino – ha detto il cardinale Montenegro nel suo intervento – arrivando è venuto a dire che per lui tutti siamo importanti. Se ora ci mettessimo in piedi, uno più alto, uno più basso, lui che è venuto dall’alto, cosa fa? Nel guardarci vede che finiamo tutti alla stessa altezza, quella del pavimento, e non c’è chi è più importante e chi è meno importante, perché nella Bibbia c’è scritto che ognuno di noi è un prodigio di Dio, ognuno di noi è importante per Dio, se non ci fossi io lui non sarebbe venuto, ma se non ci nessuno dei presenti di questa sera, lui non sarebbe venuto”.

“È venuto a cercarci – ha aggiunto il cardinale – perché la sua gioia era poter dire a ciascuno di noi: lo sai che tu per Dio sei importante? Il Natale non è una favola, infatti il Vangelo non inizia con “c’era una volta una donna che aspettava un bambino”; a Natale non è che ci dobbiamo commuovere, perché sappiamo che è nato, è cresciuto e ha parlato, e lui viene ogni Natale per dire: non dimenticare quello che ho detto, il Vangelo. Io davanti a lui prendo l’impegno a riguardare il Vangelo e rileggerlo pensando che è diretto a me, faccio Natale se la sua Parola risuona nella mia vita, e faccio Natale perché sentendo la sua parola io posso dire: sono importante per Dio. Viviamo il Natale pensando a questo messaggio d’amore che ci dà. Dio ha lasciato il cielo per venire sulla terra e camminare con me, infatti Natale è Dio che cammina con noi, è uno di noi; noi tante volte cerchiamo Dio guardando tra le nuvole, pensando di trovarlo lì, invece io Dio lo devo guardare ad altezza dei miei occhi e scoprirò che non è lontano, perché quella persona che sto guardando, mi piaccia o non mi piaccia, è Dio, e io la guardo con rispetto perché so che guardandola così io sto rendendo onore a Lui. La gioia di Dio è l’uomo che vive, e se io do all’altro la gioia di sentirsi vivo il mio Natale continua, non finirà il 6 gennaio, perché quella Parola che mi accompagnerà, mi aiuterà ad andare avanti per un anno, tentando di mettere in pratica quelle parole: tu sei un prodigio, sono nato per te, vivo con te, voglio stare sempre con te. È importante non solo guardare il presepe per ricordare che Lui è nato, è importante guardarci attorno per dire Lui c’è, perché ancora cerca posto”.

“Mi ricordo che a Messina – ha detto il cardinale Montenegro – una signora anziana mi disse: padre, è brutto vivere senza aspettare nessuno, e chissà quanti di noi potrebbero ripetere questa frase; accanto a noi ci sono tanti cristiani, dovremmo poter dire quella persona è mio fratello, mia sorella e noi invece per indifferenza tiriamo dritto, l’importante è che io sia buono e mi senta buono”.

“Se vogliamo fare Natale – ha aggiunto – ricordiamoci che c’è una storia che continua e che questa storia il Signore l’affida a ciascuno di noi perché ognuno di noi possa fare quello che Lui farebbe ai malati, a chi è solo o messo ai margini della società.  Ognuno di noi si prenda cura di un altro e se il Natale comincia il 25 e finirà il 25 dell’anno prossimo vi accorgerete che sarà una storia lunga ma bella perché c’è Lui come protagonista; ci sono io, ma gli altri non li guarderò con indifferenza”.

“Il mio augurio – ha concluso il cardinale – non è buon Natale, perché noi il Natale lo misuriamo con i panettoni, le cene, i regali, le visite ma io vi auguro un vero Natale dove c’è Gesù, dove ci sono io e dove insieme costruiamo una bella storia”.

Al termine del momento di preghiera, c’è stata la distribuzione delle riproduzioni del dipinto per portare a casa un segno di questo Natale e sentirci, ognuno di noi, pellegrini di Speranza.

Mauro Monti

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