Crepereia Tryphaena e la sua bambola d’avorio

Crepereia Tryphaena - (c) Mauro Monti

“Il giorno 10 maggio, nei disterri per la costruzione del palazzo di Giustizia ai prati di Castello, alla profondità di 8 metri sotto il piano del nuovo quartiere, ed alla quota di m. 11 sul mare, furono scoperti due sarcofagi, messi fianco a fianco, in direzione quasi parallela all’asse del nuovo edificio”.

Così inizia la relazione di Rodolfo Lanciani sulla scoperta nel 1889 di due sarcofagi, ora al Museo dell’ex Centrale Montemartini a Roma, pubblicata sul Bollettino della Commissione Archeologica Comunale. Erano di un uomo e di una donna, probabilmente della stessa famiglia. Il nome di lei, inciso, era Crepereia Tryphaena.

Sempre il Lanciani descrive il momento dell’apertura del sepolcro: “Tolto il coperchio e lanciato lo sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto da folta e lunga capigliatura ondeggiante nell’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Trifena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nelle tradizioni popolari del quartiere dei Prati.”

Crepereia Tryphaena - (c) Mauro Monti

Quella che sembrava la capigliatura, in realtà, era una pianta acquatica, cresciuta proprio sulla testa della defunta.

Il sarcofago della giovane, ancora intatto, conteneva, oltre ai resti mortali della fanciulla, anche il suo corredo funerario, costituito da gioielli d’oro e pietre preziose, da una conocchia d’ambra e da una raffinatissima bambola d’avorio con arti snodabili accompagnata da piccoli oggetti da toeletta.

“Il cranio – prosegue Rodolfo Lanciani – era leggermente rivolto verso la spalla sinistra, e verso la gentile figurina di bambola, intagliata in legno di quercia (in realtà avorio, N.d.R.). Questo singolarissimo oggetto sarà stato una cara memoria della puerizia della defunta, dalla quale la pietà dei congiunti non avrà voluto scompagnare i suoi avanzi mortali”.

Il prezioso corredo, databile intorno alla metà del II secolo d. C., attesta l’agiatezza raggiunta dalla famiglia dei Crepereii, ricchi liberti probabilmente impiegati al servizio della casa imperiale.

In quel tempo era consentito aggiungere al corredo funebre di una ragazza la propria bambola solo se si era ancora nubili; le future spose, alla vigilia delle nozze, infatti, dovevano separarsi dai loro giochi che venivano offerti agli dei.

Crepereia Tryphaena - (c) Mauro Monti

Da questo ritrovamento nacque una favola triste che parla di una giovane ragazza costretta a separarsi dal suo fidanzato, richiamato a fare una lunga leva militare; affinché non la dimenticasse ecco il regalo tanto caro: la preziosa bambola come pegno d’amore con la speranza di rivederlo presto. Dopo molti anni, tornato a Roma, il giovane, che aveva gelosamente custodito la bambola, si preparava al matrimonio con la sua devota compagna ma purtroppo Tryphaena tragicamente si ammalava e moriva il giorno prima delle nozze. Quel pegno d’amore e ricordo della fanciullezza le fu dunque messo accanto per farle compagnia in eterno.

Il nome Filetus impresso su un anello del corredo funebre, ad indicare forse il nome del promesso sposo, spinge Giovanni Pascoli a scrivere alcuni versi in latino in onore della scoperta:

Vitrea virgo sub aqua latebas,/ at comans summis adiantus undis/nabat. An nocti dederas opacae/spargere crinis? (Ti celavi, fanciulla, nell’acqua cristallina; e a fior d’acqua ondeggiava il chiomato capelvenere. Avevi forse consentito alla buia notte di sciogliere i tuoi capelli?).

Crepereia Tryphaena - (c) Mauro Monti

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