Appia Antica, da via Erode Attico al Gra

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Il tratto dell’Appia Antica che va da via Erode Attico al Gra (e oltre) è forse quello meno battuto da camminatori e appassionati che quotidianamente percorrono l’antico basolato della Regina Viarum. Gli stessi blocchi di pietra lavica qui sono via via meno frequenti e lasciano il posto ai sampietrini che facilitano l’andatura delle biciclette e di chi frequenta questo ambiente meraviglioso come scenario del proprio allenamento da runner.

 

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Charles Dickens nel suo “Roma, splendori e miserie”, scrisse che questo tratto dell’Appia era “disseminato di rilievi e cumuli di rovine. Tombe e templi demoliti, prostrati; piccoli frammenti di colonne, fregi, frontoni; enormi blocchi di granito e di marmo; archi in disfacimento, corrosi, invasi dall’erba; resti bastevoli a edificare una vasta città. Tutto sparso intorno a noi. Incontrammo muriccioli a secco costruiti con questi frammenti dai pastori”.

“L’antico tracciato – prosegue Dickens – è in parte nascosto dalla vegetazione e in lontananza, semidistrutti acquedotti allungavano i loro archi giganti sulla pianura; l’alito del vento scuoteva i primi fiori e la vegetazione spontanea su miglia di rovine”.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Non c’è Cecilia Metella e neanche il Circo di Massenzio ma anche qui, lungo questo tratto dominato dal silenzio e dal profumo del pino, esistono luoghi iconici. Tra questi, all’altezza del IV miglio, la “Torre in Selce”, databile al XII secolo, innestata al di sopra di un grande mausoleo romano. Il termine “selce” deriva probabilmente dalle scaglie di questo materiale miste a travertino, marmo e peperino, di cui è rivestita. La prima citazione ufficiale della Torre si trova in un documento del 1150 in cui l’Imperatore Corrado III la cedette ai monaci di S. Gregorio che la possederono quasi certamente fino a tutto il 1300.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Quasi un chilometro dopo il grande ninfeo della Villa dei Quintili, si incontra il cosiddetto Casal Rotondo, una imponente tomba circolare della fine del I secolo a.C., che nel corso dei secoli ha subito diverse trasformazioni e riutilizzi: da torre d’avvistamento in epoca medievale, fino a diventare una villa. A lato del monumento, Luigi Canina alzò una grande quinta in laterizio per esporre i frammenti di marmo che egli riteneva appartenessero alla decorazione della tomba, poiché rinvenuti nei pressi dell’edificio. Fra questi, un’iscrizione con il nome “Cotta” fece ritenere che il mausoleo fosse appartenuto a Marco Valerio Messalino Cotta, figlio del famoso Messalla Corvino, console nel 31 a.C. Recenti analisi, però, hanno dimostrato che i frammenti sono relativi a un altro sepolcro, e la proprietà della tomba monumentale rimane ancora ignota.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Affascinanti sono anche i Tumuli degli Orazi e Curiazi: il nome deriva dalla leggenda secondo la quale, al tempo del re Tullio Ostilio, Roma entrò in conflitto con Alba Longa e gli eserciti si incontrarono proprio qui, dove allora era il confine tra i due stati marcato da un fossato (le Fossae Cluiliae). Per evitare il massacro tra popoli dello stesso sangue, si decise una sfida a duello tra tre romani e tre albani: i fratelli Orazi e Curiazi. Solo uno di loro sopravvisse, un Orazio che riuscì ad uccidere tutti e tre i nemici con uno stratagemma e diede la vittoria a Roma.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

In realtà le tombe, costituite da un tamburo circolare coperto da un tumulo di terra, sono databili all’età tardo repubblicana-augustea. La prima, chiamata “dei Curiazi”, era rivestita in marmo e presenta in cima un elemento cilindrico che in passato è stato interpretato come torretta medievale, ma che oggi si tende a pensare fosse un sostegno per statua relativo al sepolcro.

Le altre due tombe, che si trovano a 300 metri e sono ravvicinate tra loro, sono i cosiddetti tumuli degli Orazi, ed erano rivestite in peperino e travertino.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

Camminando su questo splendido tracciato che costituisce un vero e proprio museo archeologico all’aperto, ci rendiamo conto di quanto sia importante mantenere il più possibile integre queste testimonianze storiche. Un problema questo che nasce da lontano: nel Quattrocento papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), in viaggio sulla via, rimproverò aspramente un uomo sorpreso a divellere pietre per costruirsi una casa. Lo stesso Raffaello, primo “Sovraintendente” dell’Urbe, in una lettera indirizzata a papa Leone X (scritta forse dall’amico umanista Baldassarre Castiglione) si espresse in questo modo: “Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, de’ Vandali e d’altri perfidi inimici del nome latino, se quelli che, come padri e tutori dovevano difendere queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno atteso con ogni studio lungamente a distruggerle et a spegnerle?”.

Appia Antica - (c) Mauro Monti

L’11 novembre del 1786 Johann Wolfgang Goethe nel suo Viaggio in Italia, così raccontava proprio questi luoghi dell’Appia Antica: “Quegli uomini lavoravano per l’eternità e avevano calcolato tutto, tranne la ferocia devastatrice di coloro che sono venuti dopo e davanti ai quali nulla poteva resistere”.

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