Un faro senza luce

Faro di Fiumicino - (c) Mauro Monti

Il Tevere arriva al mare spezzando il suo corso in due tronconi: il canale dei pescatori, prolungamento dell’antica fossa traianea, e Fiumara Grande, la vera e propria foce del fiume. La terra che sta in mezzo, fin dall’epoca medievale è chiamata Isola Sacra, forse in riferimento alla presenza della basilica di Sant’Ippolito e dell’area cimiteriale ad essa collegata.

Fiumara Grande è il luogo dove “l’acqua di Tevero s’insala”, come scrive Dante nella Divina Commedia:

”Ond’io, ch’era a la marina volto

dove l’acqua di Tevero s’insala,

benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala.”

(La Divina Commedia, Purgatorio, Canto II, vv. 100-105)

È qui che Dante, con Virgilio, vede approdare sul lido una piccola imbarcazione a bordo della quale si trovano l’Angelo nocchiero e le anime degli espiandi che in coro intonano il salmo In exitu Israel. Tra questi, il suo amico Casella, musico toscano, morto all’inizio del Trecento.

Ma, tanto per rimanere in tema, lasciate ogni speranza o voi che avete voglia di spingervi fin qui, perché troverete desolazione e abbandono, sporcizia e macerie, e quel che resta di un faro che non illumina più la notte.

Faro di Fiumicino - (c) Mauro Monti

Simbolo della città di Fiumicino, venne costruito nel 1946 sulle fondamenta del faro vecchio, bombardato durante la ritirata delle truppe tedesche. Dagli ambienti che una volta ospitavano gli appartamenti dei guardiani, una scala a chiocciola di 200 gradini portava alla lanterna, che dai suoi 32 metri di altezza era in grado di lanciare i suoi segnali fino a 25 miglia nel buio della notte.

Nel 1971 l’edificio fu dichiarato pericolante e quindi abbandonato e ogni mareggiata aumenta il rischio di crollo dovuto all’incuria e al degrado che si sono accumulati in questi ultimi 50 anni.

Faro di Fiumicino - (c) Mauro Monti

Dall’altra parte del fiume, all’Idroscalo di Ostia fu ucciso il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini, proprio in quei luoghi che amava frequentare e raccontare attraverso le storie dei ragazzi di strada. Barche e baracche, strade allagate dalla prima pioggia o dalle mareggiate, roulotte dietro un cancello arrugginito, scarpe e sassi, vetri rotti e bottiglie vuote: una desolazione che appare affascinante solo a chi arriva da fuori, dal mondo di fuori.

Sopra, il cielo annuncia pioggia; come scrive Silvio Parrello, ‘Er Pecetto’ di “Ragazzi di Vita”, in una delle sue poesie:

Grigio il cielo di Fiumara
il sole non traspare

Due canestri raccontano la voglia di riprendersi questi spazi, ma intorno tutto il resto parla di abbandono. Un pescatore scruta l’acqua del mare in silenzio, mentre sua moglie accarezza un gatto, seduta sui gradini di legno del primo bilancione, dove un ponte di gradini sorpassa il canale di accesso al porticciolo.

Faro di Fiumicino - (c) Mauro Monti

Uno dopo l’altro, i bilancioni appaiono come monumenti alla resistenza, contro il progetto e la costruzione di un porto turistico che da decenni vorrebbe far scendere qui i turisti delle crociere diretti a Roma, sulla scia di quel “mordi e fuggi” che porta i giganti del mare fin dentro Venezia.

Faro di Fiumicino - (c) Mauro Monti

La stessa Venezia che nell’ultima edizione della Mostra del Cinema, ha visto l’opera dell’esordiente Pietro Castellitto, “I predatori”, ambientato in alcune scene proprio a Fiumara, aggiudicarsi il premio “Orizzonti” per la miglior sceneggiatura.

Essere sfondo e non protagonisti: è questa purtroppo ancora la sorte di molti dei luoghi dimenticati delle nostre periferie.

Il sole non traspare nel grigio cielo di Fiumara, ma qualcosa deve cambiare, a cominciare da un faro che illumini di nuovo la notte.

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