La storia del Negrita: l’ambasciatore del Congo che commosse Paolo V

negrita santa maria maggiore - mauro monti

Tra le tante statue ed opere d’arte custodite nella Basilica di Santa Maria Maggiore, ce n’è una che racconta il viaggio di un ambasciatore che dal Congo, nel 1600, andò dal Papa a chiedere pastori per l’evangelizzazione del grande paese africano. Il suo nome era troppo lungo e complicato e dunque appena arrivato in Europa fu subito ribattezzato “Negrita”, dal colore della sua pelle.

Il Re del Congo e dell’Angola, Mpangu-a-Nimi-a-Lukeni che all’epoca governava su un territorio molto vasto che comprendeva gran parte dell’Africa Centrale, dalle frontiere dell’attuale Namibia fino al confine del Sudan, inviò nel 1604 Antonio Emanuele, Principe di N’ Funta a Roma da papa Paolo V.

Il viaggio purtroppo prese una piega imprevista: arrivato in Portogallo fu osteggiato dal re Don Filippo III, all’epoca anche re di Spagna, che non lo lasciò ripartire subito e anzi trattenne lui e l’intera delegazione diplomatica per 4 anni, cercando di impedire in ogni modo la continuazione del loro viaggio.

Si ammalò ma riuscì finalmente a convincere il re a lasciarlo ripartire. Arrivò a Roma moribondo il 3 gennaio 1608. Ricevette tutta l’assistenza possibile e il Papa in persona, oltre a mandargli i suoi medici personali, lo visitò più volte. Ma fu tutto inutile: il “Negrita” morí nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. E allora tutto quello che era stato preparato per l’accoglienza venne utilizzato per la celebrazione del suo funerale e dopo una lunga processione per le strade principali di Roma, fu sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore, in una tomba provvisoria nella Cappella Paolina.

Nel 1629 la salma fu spostata nella sede attuale, nel battistero della Basilica; alzate gli occhi e sulla vostra sinistra scorgerete il suo busto, in porfido policromo scolpito da Francesco Caporale, a testimoniare l’antica amicizia tra un lontano popolo africano e il successore di Pietro.

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