Appartata, quasi nascosta, sorge nella zona del Velabro la chiesa di San Giorgio, antichissima costruzione risalente al VI secolo e ristrutturata più volte nei secoli a seguire.

L’iscrizione che possiamo leggere sul portico, ricostruito in seguito all’attentato del 1993, è un falso storico: anche se riferita al XIII secolo, infatti, essa fu aggiunta solo nel XVI secolo. L’interno presenta ancora l’aspetto datale da Leone II (682-683) a tre navate divise da antiche colonne di spoglio, in granito e pavonazzetto, con capitelli ionici e corinzi.

Anche aiutato dalla struttura asimmetrica della chiesa che presenta un restringimento verso l’abside, all’ingresso lo sguardo è subito catturato dal ciborio cosmatesco e dagli affreschi che fonti antiche attribuiscono a Giotto ma che sono ascrivibili al Cavallini o alla sua scuola.

Sotto l’altare si conserva una reliquia molto venerata: si tratta di metà della testa di San Giorgio, martire al tempo di Diocleziano, che sopportò i più atroci supplizi prima di cadere sotto la spada del carnefice. È il santo per eccellenza del mondo cavalleresco e nell’iconografia cristiana è raffigurato a cavallo, armato di lancia e scudo, mentre combatte contro un drago per liberare una bella e piangente donna. Nel Medioevo erano molte le chiese a lui dedicate, mentre ad oggi rimane solo questa, e nella sua nuda semplicità e nel silenzio nel quale è avvolta, basta poco per tornare con la mente indietro nel tempo.

Non sarà difficile immaginare Cola di Rienzo, che qui presiedeva le funzioni religiose come rappresentante del Comune, spiegare al vento la bandiera che raffigurava San Giorgio che uccide il drago, prima di muovere alla conquista del Campidoglio.

È questa una zona magica e deserta, distante solo pochi metri dalle file chiassose di turisti che a Santa Maria in Cosmedin attendono il proprio turno per farsi immortalare davanti alla Bocca della Verità. Una pace da gustarsi senza fretta, con l’occhio che può spaziare dall’Arco degli Argentari, addossato al fianco della chiesa, alla maestosità dell’Arco di Giano, ai vicini templi di Portunus e di Ercole Vincitore.

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